Last word

Quando due persone si amano
Non hanno bisogno delle parole
Loro sentono l’altro
Loro diventano le gioie e i dolori
Dell’altro

Quando due si amano
Non esistono più nel mondo reale
Loro fermano il tempo
Loro diventano eterni nel sentimento
Dell’altro

Quando si ama
Loro inventano una nuova lingua
Che solo loro parleranno

Quando la notte della vita
oscura ogni luce ..
Un ultima parola uscirà da uno di loro
Riaccendono il sentimento
Con una luce alla fine del tunnel

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Ripetila ancora

Ho sceso, dandoti il braccio,
almeno un milione di scale


Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perchè con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perchè sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

“Montale”

Ti constringevo a ripertere le poesie. Non mi bastava mai ascoltare la tua voce. La pioggia nel pineto. Ho sceso, dandoti il braccio.. Dalle tue labbra sgorgava una linfa vitale  che nutriva la mia anima. Ti ghermivo quando cantavi e ti chiedevo se male allo stomaco avevi. Tu ogni volta ridevi e per me era il giorno del mio compleanno. Ascoltavo il tuo cuore battere, avevo paura di perdere un giorno quella musica che tanto mi piaceva. Ci siamo accuditi in ogni malattia del fisico e della mente. Abbiamo lottato contro gli invidiosi e contro i nostri demoni. Estenuati ci siamo spenti, perchè certe battaglie non possono mai essere vinte. La vita è stata dolce ad avermi regalato così tanta gioia. Adesso una dura salita, almeno un milinoe di scale,  in una fitta nebbia e con gli occhi chiusi andiamo avanti sapendo che le sole vere pupille sono ciò che siamo diventati nella gioia e nel dolore.

L’amore

L’amore è l’unica forza al mondo che non può essere spiegata, nè ridotta ad una mera spiegzione chimica. E’ la luce che ci guida verso casa quando non c’è più nessuno, ma è anche la luce che ci guida impietosa verso la nostra sconfitta. La sua essenza ci priva di ogni piacere e della capacità di provare gioia. Rende le notti più scure e le giornate più cupe. Ma quando troviamo l’amore, non importa quanto sbagliato, misero o terribile, noi ci aggrappiamo a esso e ciò ci dona forza. Ci tiene in piedi. Si nutre di noi e noi ci nutriamo di esso.

L’amore è la nostra benedizione

L’amore è la nostra maledizione

L’AMORE CHE PROVI LO SAI SOLO TU

Tratto da “The Strain” e dal cantastorie

Ho perso la mia compagna di avventure

Si nasce e si muore da soli. Nessuno parla mai del viaggio che sta nel mezzo. Due piccoli insignificanti eventi confrontati all’immensità del sentimento umano. Auguro a tutte le persone del mondo di trovare un compagno come quello che ho trovato io e adesso ho perso. Fa male, è un dolore cieco, sordo, cinico perché vedi il mondo davanti ma non ha più lo stesso sapore e mai potrà più averlo. Otto anni di genuina felicità mi hanno scaldato un semplice cuore che non aveva mai chiesto così tanto dalla vita. Le nostre avventure erano semplici, ma piene di un immenso sentimento di completezza. Questo vuoto è colmo di una strana malinconia. Strana perché in fondo al tuo animo è rimasta una fiamma di vita che ha fatto parte della tua e mai si potrà spegnere. La gioia che si prova nel far felice una persona è una sensazione che definirei quasi magica. La tristezza nel scoprire che il tempo ti rende incapace di rifarlo ancora e ancora è dura.

Stare lontani e sentirsi vicini. Questa è stata la più grande avventura della mia vita.

La PASTELLATA – Sulle tracce del lupo della Lessinia

Sempre caldo il cuore del viaggiatore anche se -5o C ghiacciano l’acqua in bianca neve cristallina. Il suo cuore brucia bramante di una nuova avventura, se pur sempre celata da una semplice, innocua passeggiata. Tre viandanti al bar del borghetto der Balconi di Pescantina, il punto giusto per scegliere il cammino. Anche se sulla mappa era stato tutto prestabilito, il buio del fato nascondeva avide sorprese. Un pugliese, un Civitavecchiese ed una Guida sorseggiavano un caldo caffè prima dell’escursione. Con le auto lentamente ci addentriamo nella torbida ed alta valle dove l’Adige ha scavato il suo cammino lasciando sulla sua strada ripidi precipizi di roccia nuda. Da Dolcè vediamo la nostra più alta destinazione per poi lasciarcela alle spalle. Aggiriamo la montagna rocciosa con l’auto civetta passando dal santo Ambrogio, oltre Fumane fino a Cà Pangoni. Siamo pronti. Un piccolo sentiero s’addentra nei boschi invernali, un tappeto di foglie dove la roccia non canta la storia dei suoi passanti, rende la camminata leggera e spedita e i primi 3 chilometri scivolano leggera sotto il nostro passo. Saliamo di mezzo miglio verso il sole. Raggiungiamo il piccolo paesino di Cavalo e sotto il suo campanile ci ricarichiamo per la seconda parte della salita.

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Sincronizziamo i GPS, un ultimo sguardo alla cartina. Si ricomincia con una ripida salita che ti fa sentire pronto come Rocky prima dell’incontro. Scalare scalini improvvisati e alquanto scivolosi, affiancati dalle grige pietre della Lessinia ti fanno sentire parte di questa terra. La conosci e diventi parte di lei e lei parte di te. In questo tratto di salita i musicanti di Brema ci hanno accompagnato fino alle prime nevi.

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Raggiungiamo le prime cave e una poiana ci raggiunge sorvolando a cerchio sopra le nostre teste ricordandoci che questo è un viaggio per predatori. Qualche metro dopo ci rifermiamo, il Pugliese aveva finito le batterie. La Guida controlla il GPS e mancavano poco meno di 100 metri alla vetta, non tanto considerando gli oltre 900 che il Pugliese aveva staccato dal livello del mare, ormai lontano. Al laghetto ghiacciato, beve il succo del toro rosso e raggiunge il 220, il sentiero del CAI che percorre tutta la cresta del Pastello. Ecco raggiunto l’ultimo tratto. La neve supera le ginocchia, ma da insana adrenalina, come un bambino la notte di Natale, ci lanciamo in uno scatto degno di un centometrista di razza. E anche se in realtà sembravamo bradipi ubriachi e nei nostri muscoli non era rimasta nemmeno una molecola di ATP necessaria per fare un altro passo, ci sembrarono troppo brevi quei chilometri finali. Raggiungiamo quindi in un relativo baleno la famosa croce del Pastello, celata dalle piccole antenne alte almeno il doppio dei più alti abeti secolari. Come i lupi della Lessinia divoriamo un paio di panini, cioccolata, tè, schifezze varie ed eventuali.

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Eravamo in anticipo secondo la tabella di marcia. Potevamo scegliere se prendere il vicino sentiero della cave o allungare e prendere il 217 del Vajo Boralunga sotto la cengia rossa. Rimandiamo la decisione al bivio a Molane dove i 2 sentieri si dividevano. Intanto dovevamo screstare. Non volevamo perdere quota, allora vado davanti e guido l’allegra compagnia. Credo di aver preso un sentiero usato più dagli animali viste le impronte ed i resti, un gruppo di camosci che la Guida riesce a scorgere scendere dalla montagna. L’ultima vetta preservava per i tre viandanti una vista mozzafiato sulla Val d’Adige e una Croce con Tenaglia e Martello.

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Scendiamo come slittini per la via crucis seguendo le impronte di lepri nella neve fresca. In un baleno siamo già a Molane. Prendiamo la strada per il vajo, il tempo per raggiunge il forte Masua non basta. Eravamo su un altopiano e decidiamo di accorciare, tagliando la strada. Passiamo un paio di case, poi il sentiero scende nel bosco. Questo sentiero non era segnato sulla mappa. Ce ne siamo accorti troppo tardi, intanto avevamo perso quota di circa 100 metri, una voragine incolmabile. Non facciamo in tempo ad accorgerci della gravità della situazione anche per l’infatuazione della Guida per le orme sempre più marcate della presenza, lungo la nostra strada, non solo di di lepri, volpi ma soprattutto di LUPI. Il lupo della Lessinia. Il lupo è tornato sulla montagna Veronese e noi raccogliamo le traccie, foto, peli e sensazioni da trasmettere e tramandare, prima della fine.

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Non riusciamo a raggiungere il sentiero 217, nonostante la Guida ci faccia da battistrada, passando dai boschi secchi, che spesso portavano a vecchi dirupi finché non troviamo una stretta e ripida vallata che 200 metri più a valle si sarebbe ricongiunta col 217. Un piccolo un torrente, i rami e vegetazione impedivano il facile accesso. Proseguiamo in linea d’aria e la strada si riapre, ma per raggiungere l’imbocco del 217 dovevamo prendere quota di almeno 200 metri. Ormai era tardi e non avevamo più forza nelle gambe, quindi proviamo a scendere da una vallata che alla Guida sembrava di facile accesso. Erano quasi le 16.00, avevamo meno di 60 minuti prima del tramonto e circa 1000 metri di dislivello da affrontare. Cominciamo a scendere per questa improvvisata vallata, cominciamo anche a scivolare, non avevamo presa, non c’era roccia ne alberi solo qualche arbusto frenava i nostri scivoloni verso quella legge fisica che determina l’accelerazione che assumevamo in maniera proporzionale alla velocità (di caduta) per in tempo impiegato (nel raggiungere l’arbusto successivo).

Il Pugliese si ferma dopo essere sceso di circa 20m, poi anche il Civitavecchiese si ferma. La Guida avanzava scomparendo alle nostre viste. Dopo esserci guardati ci rendiamo conto che siamo rimasti bloccati. Non potevamo ne scendere ne salire. Mentre eravamo bloccati suona la sveglia del telefono del Pugliese ed il Civitavecchiese chiede: “perché la sveglia?” Dovevo avvisare il mondo civilizzato tra quanto sarei partito. A quel punto non sapevamo nemmeno se sarei mai tornato. Decidiamo che non saremmo potuti più scendere oltre. Proviamo a chiamare la Guida, ma non rispondeva, il Pugliese ha un asso nella manica, la bussola con fischietto, suona ma non rispondeva. Amen, sapevamo che sarebbe sopravvissuto, infatti 5 minuti dopo squilla il mio telefono: “Hei” // “Di qua non si scende” // “Dirupo??” // “Eh …” // “Ci vede sulla strada”. Intanto le mie mani si erano congelate a contatto con la gelida neve. In realtà non potevo spostare il piede di un centimetro senza rischiare di perdere il controllo e derapare senza fine, come una pallina da flipper contro gli alberi verso una discesa millemetrica.

Una voce.. “Avete deciso di ammazzarvi?? Dai che se riuscite a venire su vi ci porto io sul sentiero” (in strettissimo veronese montanaro).

Forse con la forza della disperazione e la speranza che il ragazzo sulla cima ci ha dato, sono riuscito ad uscire dallo stallo e come un felino (suino visto dall’alto) raggiungo l’esile tronco di un arbusto che distava da me solo 2 irraggiungibili metri. Un attimo di vuoto. L’estraneazione dalla propria materialità, il nirvana. Ero in un punto diverso dal quale mi trovavo prima. Ero un altra persona. Ero colui il quale sarebbe riuscito a raggiungere la strada, ma prima mi giro perché alle mie spalle c’era il Civitavecchiese.

Lui era senza bastoni, ma adesso aveva due tronchi in mano che piantava nella terra come due spade nel cuore della montagna e sulle quali avanzava. Anche lui aveva sconfitto lo stallo, il freddo, la paura di rimanere là finché non fosse giunta la primavera, perché col sciogliersi della neve sarebbe diventato molto più semplice risalire la china. Affrontare la montagna innevata, col fuoco della nostra volontà ha sopraffatto l’acqua, la terra e l’aria gelida di gennaio.

Vediamo anche la Guida che giustamente camminava come un elfo sulla neve senza nessuna delle difficoltà di un non-autoctono.

Prendo una strada diversa, più lunga ma meno ripida. Avevo già esaurito tutte mie energie già un paio di ore fa. Credevo che dopo la salita sarebbe stata tutta in discesa, credevo nel sole dopo la tempesta, credevo nella giustizia, credevo… ora affronto di petto e diffido quanto il peggio è passato perché il peggio sarebbe dovuto ancora arrivare.

Per scongelare le mani doloranti mi verso tè ancora caldo dal thermos. Ora il ragazzo che ci aspettava sulla cima affrontata rapido l’ennesima salita verso il 217, salita lieve (visto gli standard della giornata) ma comunque fatta per inerzia.

Raggiungiamo lieti il 217. La nostra felicità durò meno di un attimo perché non esiste discesa più faticosa della salita quanto quella affrontata nella nostra ultima mezz’ora di lotta. Un incontro a 16 round dove non devi cadere al tappeto proprio all’ultimo round. Il sentiero era un acquitrino, pieno di neve, perdevamo la strada ogni 20 passi, e ogni 10 passi rischiavamo di inciampare e ogni passo stringevamo i denti perché il dolore che le ginocchia e caviglie hanno sopportato in quella discesa solo il buio conosce. Non avanzavamo camminando, in realtà precipitavamo appoggiandoci i tronchi e ai bastoni da camminata, mentre le suole delle scarpe abbandonavano per sempre la loro consistenza minima per essere considerate scarpe. Ogni 50 metri che scendevamo controllavamo 5 volte il GPS per vedere l’effettivo avanzamento. Un incubo.

Abbiamo attraversato strettoie, fiumi vuoti, precipizi, in una lotta contro il tempo, la luce stava calando ma noi eravamo comunque pronti a sguainare le nostre torcette, e l’impavida strada ormai non ci faceva più paura. Prima degli ultimi cento metri mi sono fermato, ho condiviso un pensiero con la mia metà e gli ho affrontati di corsa!

Resoconto della giornata: 18,3 km, 1515 m di dislivello, altezza massima 1126m, perdita di altezza 1640m, 8 ore e 53 minuti di camminata, un bastone rotto, scarpe da buttare, un uomo più grande, un uomo che oggi sa cosa è una vera difficoltà e affronta la vita con una prospettiva diversa. Sapevamo che “Non sarebbe stata una passeggiata”, ma la PASTELLATA è diventato un viaggio Dantesco, una vera e propria AVVENTURA.

Il video dell’escursione

http://youtu.be/AvXSuqBr8rU

Il video delle tracce del lupo

http://youtu.be/x1YZaXjygro

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Un giro in Lessinia – Da Fumane a S. Pietro in Cariano

Come vola il tempo.. 2015 un anno di camminate passate.

Sabato sera le previsioni meteorologiche erano ancora infauste, e alcuni compagni di viaggio sono tristemente naufragati nelle stesse.

valsorda_mappaIl mattino seguente un impavido raggio di sole penetrava dalle tapparelle sospese. Il sole splendeva, scaldando il cuore dei viaggiatori. La sagra del codeghin (cotechino), cominciava alle 9, dopo il caffè non sarebbe stato il massimo. Quindi per stimolare l’appetito abbiamo sfruttato quella splendida valle che ogni giorno m’invita ad esplorare i suoi meandri, il suoi suoni, la sua vita. Nella Valle del Progno di Molina ci siamo addentrati, tra sentieri che costeggiavano il fiume, a volte fangosi, a volte al limite, a volte anche interrotti da un ponticello di legno che attraversava il fiume per passare sull’altra sponda. Una mano al bastone, l’altra al cavo di sicurezza, avanzavamo assaporando la dolce vallata. Due anatre a metà strada, fiori stellati, funghi nascosti e aria pulita, appagano il richiamo della montagna.

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Ma un altro richiamo di bardi compagni allungava le sue ombre sul nostro cammino, ratte le lusinge si trasformarono in minacce e quando leggemmo  “il vino sta finendo”, istintivamente la caviglia si girò su se stessa e intraprendemmo in viaggio per il secondo momento della giornata. Fummo salutati dai raggi che scesero anche loro nella vallata e la nostra curiosità lasciò il posto alla misera acquolina, finchè non giungemmo a San Pietro in Cariano.

IMG-20150117-WA0002Un ragazzo curvo su se stesso trasportava una cariola, una di quelle che si usano nei campi, una di quelle che non le vedi mai piene di bottiglie di vetro, bottiglie di ottimo vino della Valpolicella. Quando i nostri compagni ci raggiunsero al bar “Il Ponte” affrontammo l’argomento approvvigionamenti. Notammo la stanza dalla quale i vassoi colmi di “panetti col codeghin” partivano. All’uscita della stessa, mimetizzati da degustatori professionisti, con la tecnica della dama ci siamo scofanati lo scofanabile. Intanto la compagnia di un Ripasso Allegrini ed un Superiore Bolla di Pedemonte, ausiliavano l’ingurgito suino, in un allegoria di sapori tipici di un contesto rurale, semplice e sincero. Prima dei saluti, importunammo quelli dell’albergo con caffettino e amaretto e storie di traghettate sarde e … non me lo ricordo più.

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Prima di ritornare nella scaligera metropoli, affrontai col civitavechiese una passeggiata alleggerente, tra rovi spinosi, corse alla bersagliere, con caduta e pacco annesse. Ripassato il Progno di Fumane, salimmo la Gradela e il Monte S. Urbano, quasi fino alla chiesa di Santa Maria di Val Verde. Stanchi e ingordi, abbandoniamo il sentiero per una strada più breve, ma recinti improvvisi e fitta vegetazione hanno rallentato i nostri propositi. Il sole dolcemente calava dietro le pendici del Pastello e in contrasto la chiesa di San Giorgio Ingannapoltron delineava il nero orizzonte dallo sfondo variopinto. Dopo 12 chilometri di passeggiata post sagra e incorniciati dal tramonto mozzafiato progettiamo la prossima avventura su quell’altura che il sole ci suggeriva.

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Al di là della strada